Accertamento. Prova di resistenza sui tributi armonizzati

I “tributi non armonizzati” sono fuori dalla sfera di competenza del diritto comunitario. Nell’ordinamento interno, per essi non è previsto alcun obbligo generalizzato di contraddittorio endoprocedimentale; obbligo che, invece, può essere dettato da una specifica norma di legge.

Nella circostanza dell’accertamento bancario, considerata l’assenza di una puntuale disposizione normativa, l’instaurazione del contraddittorio è mera facoltà per l’Ufficio (non obbligo), con la conseguenza che il mancato esercizio non determina l’illegittimità dell’atto impositivo.

Con la sentenza n. 20436 del 19 luglio 2021, la Corte di Cassazione, dando continuità ad un principio già espresso, distingue dai sopra citati tributi non armonizzati quelli armonizzati, per i quali viceversa l’obbligo di contraddittorio preventivo sussiste e discende direttamente dalla disciplina dell’Unione alla luce dell’interpretazione della Corte di giustizia europea.

Per gli accertamenti che riguardano tali tributi esiste cioè un obbligo legato all’esigenza di consentire preventivamente al contribuente di manifestare utilmente il suo punto di vista in ordine agli elementi sui quali l’Amministrazione intende fondare la propria decisione. Ma non può essere considerato obbligo generalizzato tanto da affermare che, ogni qual volta il contraddittorio non venga instaurato, l’atto impositivo conseguente deve considerarsi nullo.

Se si supera la prova di resistenza l’atto è invalido

L’invalidità dell’atto è legata al superamento della “prova di resistenza” da parte del contribuente, che ha “l’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere” se il contraddittorio fosse stato regolarmente attivato dall’Ufficio e che avrebbero comportato un risultato diverso del procedimento amministrativo.

La prova di resistenza va misurata in termini di effettività, nel senso che l’opposizione delle ragioni del contribuente non deve essere pretestuosa ma tale da configurare, in relazione al canone generale di correttezza e buona fede e al principio di lealtà processuale, sviamento dello strumento difensivo rispetto alla finalità di corretta tutela dell’interesse sostanziale.

In altre parole, se l’Ufficio finanziario eseguisse una rettifica Ivaa tavolino”, il difetto di contraddittorio comporterebbe la nullità dell’atto impositivo solo se il contribuente, in fase giudiziale, riuscisse a provare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere con l’Ufficio e che avrebbero portato il procedimento a un risultato diverso.

D’altra parte le forme di comunicazione tra Fisco e contribuente hanno una funzione meramente strumentale rispetto all’obiettivo di assicurare il rispetto del diritto di difesa, al di là delle modalità concretamente adottate.

Sitografia

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