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Sul nodo del salario minimo (“minimum wage“), la tappa della approvazione definitiva della proposta di provvedimento fatta dalla Commissione Ue due anni fa ed approvata da Parlamento e Consiglio europei in prima lettura, rispettivamente a novembre e dicembre 2021, è di fondamentale importanza. Dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere approvata entro questa sera e presentata domani in conferenza stampa.
Dal regime proposto in sede europea dovrà derivare la decisione degli Stati membri, tra cui l’Italia, circa l’introduzione (o il mantenimento) nel proprio ordinamento della politica del salario minimo che, in ambito Ue, non viene fissato dalla attesa direttiva come comune per tutti i Paesi dell’Unione, né sarà reso obbligatorio.
La ratio della proposta sin dalla sua prima definizione è, infatti, quella di “istituire un quadro per fissare salari minimi adeguati ed equi”, nel rispetto delle legislazioni singole.
Ebbene, utile ci pare rammentare cos’è il salario minimo. Secondo la definizione che ne dà l’Organizzazione internazionale del lavoro, si tratta dell’ammontare di retribuzione minima che per legge un lavoratore riceve per il lavoro prestato in un determinato arco di tempo, che non può essere ridotto da accordi collettivi o da contratti privati. Una soglia limite di retribuzione, sotto la quale il datore di lavoro non può scendere.
Cosa prevede la direttiva circa il salario minimo?
La proposta approvata dal Parlamento europeo il 25 novembre 2021 mira a fissare requisiti di base che garantiscano un reddito che permetta un livello di vita dignitoso per i lavoratori e le loro famiglie. I deputati propongono, con tale obiettivo: un salario minimo legale (il livello salariale più basso consentito dalla legge); ovvero, alternativamente, la contrattazione collettiva fra datori e lavoratori.
Si vuole, in aggiunta, estendere e rinforzare la copertura della contrattazione collettiva, obbligando i Paesi dell’Unione con meno dell’80% dei lavoratori coperti da tali accordi a prendere misure efficaci per promuovere lo strumento.
La proposta di negoziazione approvata, invece, dal Consiglio il 6 dicembre “ventuno”, punta sulla promozione della contrattazione collettiva. I rappresentanti dei governi vi scrivono: “Tendenzialmente, nei Paesi caratterizzati da un’elevata copertura della contrattazione collettiva la percentuale di lavoratori a basso salario è minore e le retribuzioni minime sono più elevate rispetto ai Paesi in cui tale copertura è più bassa. Per questo motivo i ministri hanno convenuto che i Paesi dovrebbero promuovere il rafforzamento della capacità delle parti sociali di partecipare alla contrattazione collettiva. Qualora la loro copertura della contrattazione collettiva sia inferiore al 70%, dovrebbero anche definire un piano d’azione per promuoverla“.
In Italia, intanto, il dibattito si inasprisce. Il ministro del lavoro, Andrea Orlando, da Palermo afferma: “Sul salario minimo vedo aperture positive da tutte le parti, c’è chi la vuole cotta e chi la vuole cruda. Vediamo qual è il punto di contatto che consenta di intervenire subito in attesa poi di una legge di carattere più organico e che consenta di dare una risposta immediata ai lavoratori che si trovano a basso reddito e a basso salario“.
Una voce critica viene dal ministro Brunetta (Pubblica amministrazione) da Trento, sede del Festival dell’Economia. Uno stralcio del suo punto di vista: “il salario non può essere moderato ma deve corrispondere alla produttività“.
Sitografia
www.repubblica.it
www.corriere.it
www.internazionale.it
www.agi.it

