Nessun prodotto nel carrello.
L’Approfondimento della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro del 12 giugno 2026 offre una lettura chiara e documentata delle cause strutturali del lavoro povero in Italia. Il focus non è sulle retribuzioni orarie, ma sulla quantità di lavoro effettivamente svolto: ore insufficienti, contratti brevi, stagionalità e part‑time involontario. È questa la combinazione che spinge milioni di lavoratori sotto la soglia dei 20.000 euro lordi annui, nonostante un impiego formalmente regolare.
Lavoro povero e discontinuità: il peso di part‑time e stagionalità
Secondo i dati INPS richiamati dalla Fondazione Studi, quasi la metà dei dipendenti privati si colloca sotto i 20.000 euro lordi annui, ma la percentuale crolla al 27% tra chi lavora sempre a tempo pieno. Il cuore del problema è quindi la discontinuità: part‑time non scelto, contratti a termine, lavoro a chiamata, stagionalità.
Il documento evidenzia come il salario medio annuo del part‑time (circa 11.800 euro) si posizioni interamente nella fascia del lavoro povero, mentre il full‑time supera i 29.000 euro. Non sorprende, dunque, che oltre il 73% dei lavoratori sotto i 20.000 euro abbia un contratto a orario ridotto o un percorso occupazionale frammentato.
Cambio di paradigma?
Dal 2023 al 2026, tuttavia, il mercato del lavoro ha mostrato un’inversione di tendenza: crescono i contratti a tempo pieno e indeterminato, mentre si riducono part‑time involontario e contratti a termine. Una dinamica che ha funzionato da “ammortizzatore interno”, compensando la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione grazie all’aumento delle ore lavorate più che delle tariffe orarie.
Lavoro povero e settori fragili: dove si concentra la frammentazione
La Fondazione Studi sottolinea che il lavoro povero non è distribuito in modo uniforme. La mappa della discontinuità coincide quasi perfettamente con quella dei settori a basso valore aggiunto: turismo, ristorazione, servizi di pulizia, vigilanza, logistica di base, commercio al dettaglio. Qui la combinazione di margini ridotti, competizione sui costi e appalti al ribasso alimenta un uso strutturale di part‑time involontario e contratti brevi.
Nel turismo, ad esempio, la stagionalità e l’appalto dei servizi generano contratti da 15–20 ore settimanali o impieghi di pochi mesi. Il risultato è un circolo vizioso: bassa qualità del servizio, scarsa formazione, produttività limitata e salari che restano ancorati alle fasce più basse.
Al contrario, nei comparti ad alto valore aggiunto – manifattura avanzata, meccanica, servizi professionali – prevalgono stabilità, orari pieni e retribuzioni più elevate. Qui la qualità del prodotto e del servizio richiede competenze, continuità e fidelizzazione, elementi incompatibili con la frammentazione.
Cosa ne pensano i Consulenti?
L’analisi della Fondazione Studi mostra che il lavoro povero in Italia è prima di tutto una questione di tempo di lavoro negato. Per superarlo non basta intervenire sulle tariffe orarie: servono politiche che rendano meno conveniente l’uso patologico del part‑time involontario, valorizzino la continuità contrattuale e accompagnino i settori fragili verso modelli produttivi fondati sulla qualità. Solo così sarà possibile garantire occupazione stabile, salari adeguati e un reale recupero di dignità per i lavoratori.
Alessia Lupoi

